sabato 14 settembre 2013

Apparat - Arcadia

Una notte fredda, una cima innevata, un uomo solo ai margini dell'esistenza, un sibilo quasi inesistente. Questa è l'immagine che Arcadia dipinge nella mia mente distorta, in una specie di moto sinestesico.
Un ritmo cadenzato martella l'aria rarefatta, giunge da ogni luogo ma nessuno di esso ne è la fonte. La voce di Apparat è musica allo stato puro, si insinua tra le pieghe melodiche con incantevole grazia. Arriva come un sermone e ci colpisce dritti al cuore. D'un tratto abbiamo la consapevolezza che la vita è intangibile. Ci sfugge dalle dita come cenere e si disperde col vento. La inseguiamo cercando di strapparne almeno un lembo, ma invano. Come un miraggio, si prende gioco di noi. 
Così arranchiamo in questo arido deserto che chiamiamo realtà,  mentre la sete divora ciò che rimane della nostra forza. Cerchiamo un senso in cose che non esistono e brandiamo una morale fumosa come arma per le nostre conquiste. Non ci rendiamo conto che sono proprio i nostri sforzi a rendere vana la ricerca. Tutto accade senza una ragione. 
Ogni tanto però, attraverso i bagliori accecanti del sole, riusciamo a scorgere un fugace frammento di speranza. Essa si incarna nell'immagine pura e semplice di un oasi rigogliosa, ricolma di vita. A chi la raggiunge sarà data saggezza, agli altri solo follia.




ARTISTA:  Apparat
TITOLO:   Arcadia
ALBUM:    Walls
ANNO:     2007
LABEL:    Shitkatapult          



martedì 10 settembre 2013

Atra Aeterna - Emerge

Un uomo siede ai margini di una città deserta. Il suo sguardo è vacuo, perso per sempre in un cupo meditare. Una profonda angoscia lo pervade, vorrebbe piangere ma sa che le sue lacrime si perderebbero nel terreno senza dar vita a nulla. Voci lontane, come in un sogno, sussurrano la vacuità dell'universo. Note rarefatte accompagnano la triste agonia dell'uomo mentre nubi cineree piangono la sua sorte. Gli eventi non si possono cancellare. Il tempo non si può azzerare. 
Tutto scorre senza lasciare traccia.




ARTISTA:  Atra Aeterna
TITOLO:   Emerge
ALBUM:    Machinations
ANNO:     2011

domenica 8 settembre 2013

Autechre - 444

Il primo suono giunge come un eco, rimbalza nella mente e si allontana. Il riverbero scatena una valanga digitale che accompagnerà la composizione per tutta la durata del viaggio. 
E' una melodia scomoda, proviene dal basso e li rimane. La sua potenza intimidisce e affascina allo stesso momento. Ricorda antichi corni da battaglia in una giornata nevosa. Impossibile non restarne rapiti. 
Ed è da questa base che i giganti dell'ambient techno tessono la loro tela elettronica fatta di beat possenti, tastiere cristalline e intelletto sopraffino. Tutto si amalgama in un impasto coinvolgente e raffinato, che lentamente comincia a lievitare colmando ogni lacuna del nostro essere. Quando raggiunge il picco quasi non ce ne accorgiamo tanto siamo assorti dal quel ritmo martellante e soporifero, dipinto da maestri erranti e senza nome. Il momento è pura overdose che getta in lenta agonia l'immaginazione e la sanità mentale. 
La valanga continua ad avanzare senza ostacoli fino a che non si allontana, placida, dalla nostra mente. Quello che lascia è luogo candido, purificato dal cui soffitto gocciolano gli ultimi rintocchi di un pezzo che ormai è lontano dalla coscienza. 
Si tratta di quel suono, quello iniziale, dal cui eco tutto ha avuto inizio.  




ARTISTA:   Autechre
TITOLO:    444
ALBUM:     Incunabula
ANNO:      1993

LABEL:     Warp Record


sabato 7 settembre 2013

John Lemke - Ivory Nights

Un pezzo strano, difficile da definire. Un pulsare ritmico, ipnotico che implode senza preavviso in una bolla di suoni sintetizzati e tenuti a freno. L'impressione è quella di trovarsi in un acquario. La musica viene da fuori ma tu sei in acqua e tutto ciò che riesci a cogliere sono frammenti distorti. Un senso di inquietudine pervade l'intero brano rendendo l'effetto ancora più suggestivo. Il video coglie alla perfezione l'atmosfera disorientante della composizione e pertanto ne consiglio la visione.  
Che dire, tuffatevi nel vostro acquario e preparatevi ad immergervi negli abissi di questa nuova esperienza.



ARTISTA:   John Lemke
TITOLO:    Ivory Nights
ALBUM:     People Do
ANNO:      2013
LABEL:     Denovali Records


mercoledì 4 settembre 2013

Boards of Canada - Dayvan Cowboy

Il duo scozzese molla gli ormeggi e ci conduce in un viaggio estatico, al limite del surreale. 

Le prime onde si trascinano, lente, su un mare velato da una densa foschia di synth sporchi e intangibili. Melodie nebulose risuonano da lontano, in un altra dimensione. Note umide e ipnotiche sussurrano al vento l'agonia del destino, l'ineluttabilità. Gabbiani solitari volteggiano seminascosti dalla fioca luce dell'alba lanciando echi che si perdono nel nulla.  L'acqua si increspa e in profondità, al buio, nasconde i suoi segreti. Tutto è ovattato. Irreale.
Timidi raggi di soli tentano di incunearsi tra i banchi di nebbia. E' uno sforzo sovrannaturale. I primi falliscono ma aprono la strada agli altri. Un immensa nube di vapore si leva mentre lo scontro infuria. La luce si fa sempre più forte, l'aria sempre più limpida. Il mattino esige il suo posto nel mondo. 
Ed ecco, dopo un profondo sospiro, il velo si strappa e la vita comincia a fluire. La chitarra irrompe sulla scena spazzando l'aria viziata con le sue armonie. Accordi lindi e puliti risuonano senza sosta in questo mare che ora ha il profumo della speranza. Violini celestiali intonano un inno alla libertà più pura, sovrapponendosi al resto con solennità. Il ritmo è dato da percussioni cristalline che accompagnano il suono per mano, guidandolo verso nuove vette. E' un momento di pura bellezza che culmina con senso di pace universale.
Tutto poi sfuma con dolcezza, la melodia si tramuta in risacca e approda verso spiagge bianche e deserte dove il fato non ha ancora allungato le sue ossute dita. I segreti degli abissi sono intatti ma un nuovo mondo è emerso.
La fine è un nuovo inizio.




ARTISTA:   Boards of Canada
TITOLO:    Dayvan Cowboy
ALBUM:     The Campfire Headphase
ANNO:      2005
LABEL:     Warp Records


lunedì 2 settembre 2013

BEAUMONT HANNANT - UTUBA

L'aria è frizzante, quasi elettrica. Le ombre della notte iniziano ad avvolgere il mondo . 
In lontananza una coltre di lampi tinge il cielo di un azzurro irreale. E' un pulsare distante e melanconico.
Chiudo gli occhi, la calma prima del temporale. Tutto tace, tutto dorme. Il mondo è rannicchiato nella sua culla. Sta per cominciare.                               
Quasi dal nulla, un leggero tintinnio inizia a farsi strada nella coscienza della realtà destandola dal torpore. Un soffio leggero ma costante giunge a riportare la vita dove prima c'era solo l'oblio. Annuncia il loro arrivo. L'attesa è stata snervante. 
Un abbassamento di pressione, una calo della tensione. E' il segnale.
Ed eccole finalmente, le macchine della guerra. Spiriti invisibili in un mondo consistente. Il loro ritmo è potente e cadenzato, riempono l'atmosfera sognante con battiti regolari e spezzati. Programmate per uccidere il silenzio, incedono senza sosta. Bagliori accecanti rifulgono in una danza macabra e spietata. Un coro di synth si leva al loro passaggio, è un momento di pura estasi.
L'entusiasmo si frappone alla desolazione, la speranza alla disperazione, la vita al nulla dell'eternità. Ma è un momento. Le macchine sono solo di passaggio. Sono incuranti del presente, avanzano decise verso l'ignoto. Poi lentamente si allontanano, le percussioni si dilatano finché non diventano inconsistenti. Il silenzio riprende il sopravvento.
L'aria ritorna frizzante, carica dell'energia accumulata che tuttavia si dissiperà in fretta. 
Le ombre escono dalle loro tane per riprendere il pasto lasciato a metà.  
I fulmini ora illuminano un altro orizzonte. Presto svaniranno. 
Le macchine della guerra sono passate e non faranno più ritorno.



ARTISTA:  Beaumont Hannant
TITOLO:   Utuba
ALBUM:    Artificial Intelligence II
ANNO:     1994
LABEL:    Warp Records

Burial & Four Tet - Moth


Da un seminterrato nel sud di Londra, William Bevan e Kieran Hebden hanno dipinto un universo in espansione, costellato di ritmi tachicardici e suoni oscuri, il cui centro è sicuramente "Moth". 

"Moth" potrebbe essere la colonna sonora di un rave party: le luci sfumano lentamente sulla dancehall mentre le persone danzano in slow-motion, trascinate dalla cassa dritta che batte la strada su cui loop ipnotici, melodie in evoluzione e voci afasiche si intrecciano senza mai rimanere impigliati. È un'immagine vivida che ad ogni ascolto appare sempre più chiara. Basta infilarsi le cuffie e chiudere gli occhi per vedere… provateci.






ARTISTA:  Burial & Four Tet
TITOLO:   Moth
ALBUM:    Moth/Wolf Club EP
ANNO:     2009
LABEL:    Hyperdub